
Dallo sguardo alla rete, il percorso di Totò con Samo Ets, la famiglia e l’IA
Totò ha imparato a dire il mondo con gli occhi. Due lampi che scorrono su un monitor, un cursore che seleziona lettere come fossero note di una canzone molto amata. La sua voce oggi è un puntatore e un computer; eppure, chi lo incontra scopre subito che dentro quel silenzio abita un ragazzo di quarantun anni pieno di ironia, affetto e passione. Totò è un interista sfegatato, un cittadino attento al suo quartiere di Borgo Nuovo, un fratello dal legame unico, un uomo che ha scelto di restare in campo e raccontarsi, nonostante la Distrofia Muscolare di Duchenne abbia cambiato il modo in cui il suo corpo si muove e parla.
In questa storia, la cura ha il volto della famiglia e il passo professionale di una rete che lo sostiene ogni giorno. C’è sua sorella Monica, complice e confidente, con cui condivide una grammatica speciale fatta di memoria e sguardi che dicono tutto. C’è un calore domestico che non soffoca ma apre, un “noi” che rassicura senza mai sostituirsi alla sua voce. E c’è il quartiere, dove Totò continua a prendersi cura degli altri: segnalazioni puntuali, proposte concrete, attenzione ai dettagli che desiderano rendere una strada più sicura o una piazza più inclusiva. La malattia ha rallentato i gesti, non l’appartenenza.
Poi c’è Maurizio. Infermiere di Samo Ets, juventino di fede e professionista cresciuto nelle terapie intensive, arriva a casa di Totò nel 2022 per una sostituzione temporanea. Doveva essere “per poco”: è diventato un cammino. Con l’esperienza affinata tra saturimetro, monitor e allarmi, Maurizio ha portato precisione e calma. Ma soprattutto ha portato relazione. Insieme al dottor Parsi, medico di riferimento, e alla dottoressa Furia, fisioterapista che dà ritmo e misura ai movimenti possibili, compone un’équipe che lavora per conto della nostra associazione con un equilibrio raro tra competenza e umanità.
Con Totò, Maurizio ha costruito un linguaggio fatto di cura e leggerezza. Per un compleanno, gli ha regalato il profumo dell’Inter: da allora, prima di ogni partita, qualche goccia diventa rito e scaramanzia per Totò. E quando le due squadre sono in campo, non possono mancare tra i due via cellulare: battute, pronostici, sfottò di quelli buoni, con il sintetizzatore vocale che scandisce statistiche e lanci ironici. Al di là del risultato, restano dalla stessa parte: quella in cui si vince insieme.
Attorno a loro c’è una macchina gentile che funziona perché ha un’anima: gli OSS che si alternano tra dispositivi, posizioni e necessità quotidiane; e poi Rita, Giorgia, Francesco, Antonio, Roberta e Alice di altre due associazioni, che con naturalezza cambiano chiavette, spostano monitor, aprono software, mantengono il filo tra idee e strumenti. È una regia silenziosa che permette a Totò di restare protagonista.
Più o meno da questo Natale, un altro tassello ha ampliato il cerchio: l’intelligenza artificiale, acronimo IA. Per qualcuno è un concetto astratto; per Totò è un ponte concreto. Con gli occhi e il puntatore, apre programmi, seleziona immagini, monta clip, rielabora testi: crea storie che lo raccontano e raccontano ciò che pensa al mondo. Scene di vita quotidiana, riflessioni sul quartiere, commenti alla formazione dell’Inter, piccoli rituali domestici, una luce del pomeriggio che entra dalla finestra. Ha aperto i suoi canali social, dove pubblica ciò che crea: non semplice vetrina, ma spazio d’incontro, dove possono arrivare messaggi, accendersi conversazioni e dove nascono relazioni. L’IA non sostituisce la presenza: la estende. Non cancella la fragilità: le costruisce attorno un’infrastruttura di possibilità.
Per Totò, la tecnologia è tempo guadagnato alla parola e spazio restituito alla relazione. È la differenza tra pensare qualcosa e poterlo condividere, tra sentirsi chiuso e riaprire finestre sul mondo. Così la casa diventa studio creativo, redazione, piazza. E il cursore che lampeggia sullo schermo è una matita che disegna, un filo che cuce insieme chi assiste e chi è assistito, fino a confondere – felicemente – i confini.
La giornata scorre come un mosaico fatto di gesti e intenzioni. Un commento ironico vola verso Maurizio quando la Juve ha sbagliato un passaggio. E in ogni momento si sente quella rete che sostiene, non trattiene: famiglia, professionisti, volontari, tecnologia.
Questa è la partita più bella: affetti, resilienza, futuro. Una diagnosi che non è un punto, ma una virgola; un incarico nato per emergenza che diventa fedeltà quotidiana; un’équipe che sa che la tecnica vale doppio quando si appoggia alla relazione; un quartiere che continua a essere casa e responsabilità; e una tecnologia che, se guidata dall’umano, amplifica la voce e la presenza. Totò lo dimostra ogni giorno: con gli occhi e un puntatore si può costruire un “noi” capace di andare lontano.
Con Samo Ets, con la famiglia, con chi gli sta accanto, Totò ha trasformato il silenzio in incontro. L’intelligenza artificiale, nelle sue mani – nei suoi occhi – è uno strumento che rende la vita più ampia. Perché essere vivi significa riuscire ancora a dire io, noi, domani. È profumare l’aria prima della partita, per ricordarsi che certe emozioni non smettono mai di giocare.
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